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Il palazzo del Senato Sabaudo si trova in Corte d’Appello 16. Fu anche la sede della Camera dei Conti e successivamente palazzo di Giustizia e sede della Magistratura.

A partire dal 1671, per volere di Carlo Emanuele II, nella zona in cui sorge oggi il palazzo furono acquistate diverse case da mettere a disposizione della magistratura per essere utilizzate nell’ampliamento delle carceri. A dare vita a questo progetto fu Amedeo di Castellamonte, che disegna le carceri anche se la costruzione sarà affidata a Rocco Antonio Rubatto.

Palazzo di Giustizia
Palazzo di Giustizia o del Senato Sabaudo

Nel 1720 Vittorio Amedeo II decise di dedicare spazi più ampi al Senato ed alla Camera dei Conti. Il Senato era il massimo grado di giurisdizione dello Stato, mentre la Camera dei Conti si occupava di cause e questioni fiscali ed economiche. Il duca decide quindi di ampliare la struttura delle carceri fatta costruire da Carlo Emanuele II, per insediare le due istituzioni.

Il progetto è affidato all’architetto di corte Filippo Juvarra. Il messinese si mette all’opera realizzando alcuni studi per la facciata. Pur presentando soluzioni differenti, tutti i disegni hanno elementi comuni come l’arco centrale a piano terra ed il fregio sulla sommità del tetto. Del progetto juvarriano è tuttavia realizzata solamente l’ala est, interrompendo i lavori nel 1723.

Con l’ascesa al potere di Carlo Emanuele III la costruzione riprende nel 1741 e viene affidata a Benedetto Alfieri, che modifica leggermente l’originale progetto di Juvarra. Tutta i lavori subiscono una nuova sospensione nel 1748.

Nel 1788 Vittorio Amedeo II fa riaprire il cantiere affidando la costruzione agli architetti Piacenza e Ferroggio. Ancora una volta, dopo soli due anni i lavori sono sospesi.

La ripresa definitiva avvenne sotto il regno di Carlo Felice. Nel 1830 è approvato il progetto finale rielaborato da Ignazio Michela. Otto anni dopo il palazzo del Senato è terminato e la Camera poté finalmente insediarsi nel nuovo palazzo. Il trasferimento delle carceri nella struttura delle Nuove avvenne invece solamente nel 1862.

Palazzo di Giustizia

Il Palazzo del Senato, diviene successivamente Palazzo di Giustizia. Con il trasferimento di quest’ultimo nella nuova sede di corso Vittorio Emanuele II, oggi ospita gli uffici giudiziari di Torino e sale per la celebrazione dei matrimoni civili.

L’imponente edificio occupa un intero isolato ed era inserito in un progetto più ampio di riqualificazione del quartiere disegnato dallo Juvarra che include anche in Quartieri militari. Le dimensioni imponenti, l’aspetto austero e severo di tutta la struttura sono funzionali all’autorità degli organi amministrativi che vi svolgevano le funzioni.

Palazzo di Giustizia
Palazzo di Giustizia o del Senato Sabaudo

All’interno del palazzo di Giustizia vi trovavano sede aule dei tribunali, uffici, abitazione del boia e la forca utilizzata per giustiziare i condannati (custodita nei sotterranei e montata al momento delle esecuzioni). Per lungo tempo, finché non sono spostate nel 1862, sempre nei sotterranei vi si trovavano le antiche prigioni.

Palazzo di Giustizia venne danneggiato dai bombardamenti del 1942, è ristrutturato riprendendo normale funzione due anni dopo.

I processi storici

In queste sale si sono svolti tutti i processi famosi di Torino. Il più celebre è probabilmente quello al mostro di palazzo Paesana, quello storicamente più rilevante è probabilmente l’ultima condanna a morte. Ovviamente però non furono gli unici.

Il complotto

Nel 1647 il monaco Giovanni Gandolfi, residente alla Consolata, pubblicò un almanacco astrologico in cui prevedeva che l’anno successivo sarebbe morta la Madama Reale. Dal suo arresto e dai suoi interrogatori emerse che il senatore Sillano avevano progettato l’omicidio tramite veleno per poi ripiegare su malefici vudù tramite una statuetta di cera.

Il Sillano è incarcerato prima in palazzo Madama, con l’insolito privilegio di ricevere i pasti preparati a casa e consegnati da un cameriere, e poi trasferito alle carceri del palazzo del Senato. Qui morì misteriosamente senza essere mai liberato.

Stessa sorte toccò al monaco che morì pare strangolato nella sua cella.

Durante l’assedio

Durante l’assedio del 1706 vi venivano rinchiusi i prigionieri francesi, nutriti solamente con pane ed acqua. A seguito della carenza di igiene, una sessantina di prigionieri contrassero la dissenteria. Il fetore proveniente dalla prigione rese necessario spostare le riunioni del Senato (che si tenevano nello stesso edificio) presso la casa privata del marchese Pallavicino.

La cospirazione contro il re

Nel 1709 Giovanni Boccaloro, già detenuto presso le carceri del palazzo del Senato per un tentato omicidio di un esattore del fisco, è pesantemente accusato da un altro detenuto. Egli lo denunciò per aver creato una statuetta di cera utilizzata per compiere malefici contro il re. Boccaloro è interrogato ed al termine è condannato a fare pubblica ammenda in piazza, subire l’applicazione delle tenaglie infuocate, essere poi appeso per tre giorni e quindi squartato con i quarti esposti alle quattro porte di Torino e la sua testa su una colonna infame. Il resto del corpo è bruciato

Processo a 16 assassini

Intorno al 1850 nei dintorni della città di Torino imperversava la banda Artusio, detta dei Vinattieri, aditi soprattutto al furto di strada in occasione di fiere e mercati. Fu possibile catturare tutti i membri della banda grazie alle rivelazioni di Pietro Artusio, che confessò e denunciò i complici.

Palazzo di Giustizia
Processo ai 16 assassini

La sentenza emessa nel febbraio 1850 comminava tre condanne a morte e molti anni di carcere per gli altri membri. Alla lettura dal pubblico partì uno sparo indirizzato proprio verso Pietro Artusio. Ne nasce un tumulto con gli imputati che si avventano verso l’attentatore per vendetta. Negli scontri muore per una ferita d’arma da fuoco anche il cugino di Pietro, Vincenzo Artusio al quale erano stati comminati 20 anni di carcere.

Per la sua collaborazione Pietro Artusio ottenne un trattamento di favore, solamente 5 anni di reclusione anziché i lavori forzati a vita.

Processo Pipino

Nel 1878, al secondo piano del numero 14 di via Lagrange, viveva il medico Angelo Mustone di 84 anni. Uomo facoltoso ed in buona salute, che non amava la solitudine e l’isolamento, tanto da farsi accudire e svolgere le mansioni di casa dalla giovane Lucia Magis di 25 anni. Lucia aveva assoluta libertà, il vecchio medico non la sopponeva infatti a nessun controllo. Si sa ad esempio che essa ha una relazione amorosa con un sarto che abita nel medesimo palazzo e che la domenica pomeriggio ama passeggiare per la città con suo cugino.

Dottor Angelo Mustone

A partire dall’8 settembre nessuno vede più Lucia ed Angelo. Il portiere suonò più volte alla porta senza ottenere risposta. Allarmato si reca dal nipote del dottore chiedendone notizie. Il nipote contatta la sorella a Pinerolo, ma anche lei non lo ha visto e non ne sa nulla.

Viene quindi chiamata la polizia che arrivata sul luogo abbatte la porta di casa facendo la macabra scoperta. Maria giaceva sul letto con una lunga ferita alla gola, Angelo Mustone si trovava nell’ultima stanza, coperto di vermi ed anche lui con una terribile ferita alla gola. Tutta la casa era a soqquadro: chiaramente si trattava di un furto. Fin dall’inizio inoltra sembrava che si trattasse di due assassini differenti

Palazzo di giustizia
Lucia Magis

Il brigadiere Tommaso Bianchi indirizza da subito le indagini verso le conoscenze di Lucia. Si arriva così al cugino Pipino Giovanni. Sebbene tutti gli indizi accusassero Pipino, nessuno si prese comunque mai la briga di verificare se ci fosse la possibilità di un altro assassino o di un complice. Eppure, la scena del crimine sembrava indicare che ci fossero stati almeno due aggressori.

Il caso ebbe grande scalpore e copertura mediatica. Così Lucia viene descritta dai giornali dell’epoca

La Lucia Magis a cui scorreva il sangue nelle vene non meno caldo che in tutte le altre donne e che il prurito d’amore lo provava non meno irresisti­bile che le altre sue compagne, nelle ore di libertà, parlava molto intimamente col sarto e con non poca famigliarità col cugino. Si sa come il più delle volte s’intendano i cugini!

Giovanni Pipino

Per gli inquirenti la soluzione fu semplice quanto macabra. Il Pipino, in difficoltà economiche ed attratto dal patrimonio del medico Mustone, venne fatto entrare in casa dalla cugina. Egli, dopo aver aggredito ed ucciso il vecchio, va a letto con Lucia in quanto suo amante, per poterla poi sorprendere ed assassinare nel sonno.

Indagini e processo furono molto superficiali, per tutti opinione pubblica e stampa compresi Pipino era il colpevole fin dall’inizio. E difatti venne condannato a morte. Forse per decenza, o forse perché si raggiunse la sentenza senza aver chiarito del tutto le circostanze e gli avvenimenti, la pena venne poi tramutata in lavori forzati a vita.

Pipino si dichiarò innocente per tutta la vita ed alla fine nel 1901 la pena a vita venne commutata in transitoria.

Processo Fracchia

Il colonnello Leone Fracchia nel 1887 sposa la signora Rosa Pavia. Successivamente contrasse il tifo che pare ne alterò l’equilibrio mentale rendendolo oltremodo geloso causando il tracollo della situazione matrimoniale. La signora Pavia abbandona la casa e inizia la causa di separazione. Il 20 gennaio 1897 i due coniugi vengono convocati a palazzo di Giustizia presso l’ufficio del presidente del tribunale cav. Adami, il quale aveva il compito di raggiungere una conciliazione amichevole.

Processo Fracchia

Nell’ufficio erano presente solamente loro tre. Adami cerca di approdare ad un accordo in cui Fracchia concede una pensione mensile alla moglie. Il colonnello replica con i soliti rimproveri che la moglie ha già sentito più volte. La moglie nega sostenendo che sono frutto della fantasia del marito.   A questo punto Fracchia si alza in piedi, tira fuori le mani dalle tasche e spara un colpo di rivoltella in testa alla moglie. Arrestato, venne rinchiuso in un cella (a pagamento nelle Nuove). Mentre lascia palazzo di Giustizia, si rivolge al cav. Adami con le seguenti parole: Ecco come si fa da colonnello a diventare un assassino! Mi perdoni, signor presidente, del disturbo

Assalto al palazzo di Giustizia

Il 24 novembre 1943 è fissato il processo contro Carlo Boggio de Casero, squadrista fascista incriminato per un omicidio avvenuto in una osteria l’anno precedente. Il giorno precedente la chiamata in giudizio il i parenti dell’inputato chiedono al vicefederale Civitelli di far rinviare il processo. Civitelli concorda la linea da seguire con il suo capo Solaro e, contattato il prefetto Zerbino ottiene la promessa di un rinvio.

Tuttavia, il giorno concordato Oliviero Turco, vicecomandante della Polizia Federale (corpo creato a difesa del partito fascista composta da violenti squadristi), giunto in tribunale constata che il processo è prossimo all’inizio. Turco informa immediatamente Solaro, aggiungendo che tra i testimoni vi sono diversi soggetti sovversivi che hanno già minacciato Boggio in precedenza. Solaro invia in tribunale il comandante Venturini con la Polizia Federale al fine di convocare i sovversivi a Casa Littoria.

Rientrati in tribunale con alcuni uomini della Polizia Federale, Venturini e Turco occupano forzatamente l’aula del processo puntando le armi contro i giudici ed intimidendogli di non iniziare il processo. Il presidente protesta e minacciando punizioni gli ordina di uscire. I miliziani obbediscono ma uscendo chiudono l’aula dall’esterno, prendendo praticamente in ostaggio tutti coloro che si trovano all’interno.

Contatto, il Procuratore Generale riesce a far togliere il blocco garantendo l’arrivo del vice federale in persona per delle scuse ufficiali.  Il processo può finalmente proseguire. Un’ora dopo, durante una pausa, si presenta il vice federale presentando effettivamente le proprie scuse, ma sottolineando l’opportunità di rinviare il processo.

Mentre il processo passava in Camera di Consiglio vi fu un’irruzione di alcuni uomini che puntando le armi, ordinano la resa dei carabinieri. Tolte le armi ai carabinieri, la piccola milizia esplode alcuni colpi in aria e ordina lo sgombero dell’aula. Contemporaneamente un altro contingente entra in Camera di Consiglio procedendo allo sgombero di quest’ultimo sotto colpi di arma da fuoco.

Tutti sono spinti fuori dalla parte di via Sant’Agostino. L’imputato è portato all’esterno contro il suo volere (paradossalmente Boggio vorrebbe farsi processare). Accortosi di quanto stava accadendo entra bell’aula il maresciallo comandante del servizio di vigilanza, scatenando una nuova sparatoria con tanto di lancio di bombe a mano.

Gli assalitori fanno quindi uscire tutti dall’edificio, disperdendo i pubblici ufficiali ed accompagnando tutti i testimoni a Casa Littoria. Tutti sono intimiditi e minacciati, in modo che durante il prossimo processo testimoniassero in modo consono e corrispondente alla verità.

A seguito di questo fatto Mussolini sostituirà la Polizia Federale con la Guardia Nazionale Repubblicana.