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I fatti che portano all’ultima condanna a morte in Italia hanno inizio nel novembre 1945 presso la Cascina Simonetto a Villarbasse. Per essere precisi è il 20 novembre 1945.

Ultima condanna a morte

Un’intera famiglia scompare assieme a domestici e braccianti. Dieci persone in tutto. Rimane solamente un bambino di 2 anni. Il piccolo paese alle porte di Torino è incredulo e sgomento. Poi, il 28 novembre 1945, il mugnaio Enrico Coletto trova i dieci corpi all’interno di una cisterna per la raccolta dell’acqua. Si tratta di Antonio Ferrero e sua moglie Anna Varetto, il genero Renato Morra, le domestiche Fiorina Marfiotto e Rosa Martinoli con i rispettivi mariti Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, e del bracciante Marcello Gastaldi. A questi vanno aggiunti l’avvocato Massimo Gianoli e la sua domestica Teresa Delfino.

In un primo tempo le indagini si concentrarono su un presunto regolamento di conti. A quel tempo questo tipo di vendetta private era abbastanza comune tra partigiani e comunisti nei confronti dei fascisti o viceversa. Poi però il ritrovamento di una giacca con l’etichetta “Caltanissetta” indirizzò la ricerca verso immigrati siciliani.

La storia

Nel marzo del 1946 i Carabinieri arrivano a Giovanni D’ignoti. Egli, sotto interrogatorio, fa il nome degli altri componenti del gruppo: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e il basista Pietro Lala. Quest’ultimo è l’unico a non essere catturato. Tuttavia, morirà in un agguato malavitoso a Palermo.

Durante il processo emerge la brutale storia. Nella Cascina, situata all’interno della tenuta dell’avvocato Gianoli, Antonio Ferrero sta cenando con la sua famiglia, le domestiche ed un bracciante. In tutto 8 persone, stanno festeggiando la nascita della nipote di Antonio.

Improvvisamente, intorno alle 8 di sera, sono assaliti da quattro banditi. Il piano è molto semplice: sequestrare tutti quelli che sono all’interno per poi svaligiare la Cascina e la casa padronale. Tutto sembra andare per il meglio: gli occupanti vengono trasferiti nella casa patronale e il saccheggio ha inizio. Poi però ad uno dei banditi cade il tovagliolo che gli copre il volto e viene riconosciuto da una delle domestiche. Si tratta del basista del gruppo: Pietro Lala, un garzone che ha lavorato per qualche tempo alla Cascina.

Ultima condanna a morte
Al centro della foto Giovanni Puleo e Francesco La Barbera, a destra Giovanni D’Ignoti, accanto al cappellano del carcere padre Ruggero, immortalati poco prima di essere fucilati. Ai tre condannati avevano dato generose dosi di cognac per dominare i nervi (Archivio Rcs)

Scoperti, i banditi perdono la testa. Portano ad uno ad uno gli ostaggi in cantina e li uccidono a bastonate. Nel mentre giungono alla Cascina i mariti delle domestiche, che non vedendole rincasare sono venuti a cercarle. Anche loro faranno la stessa fine.

I corpi delle vittime sono poi gettati in una cisterna per la raccolta dell’acqua. Solo il bambino di 2 anni è risparmiato. A questo punto i banditi tornano al loro piano originario frugando in casa e rubando 200 mila lire, circa 4000 euro di oggi, un paio di orecchini d’oro, quattro salami, tre paia di calze e dieci fazzoletti. Aprono e svaligiano anche tre casseforti nella casa padronale dell’avvocato Gianoli.

L’ultima condanna

Nell’aprile 1946 i tre arrestati sono trasferiti nelle carceri Nuove di Torino. Il processo inizia il 2 luglio e la sentenza arriva il 5 luglio 1946: condanna a morte. Il 26 novembre 1946 la Corte di Cassazione conferma la pena. Ormai spacciati, i tre banditi fanno richiesta di grazia ma, il 3 marzo 1947 il Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola respinge la richiesta.

L’esecuzione avviene il giorno successivo, 4 marzo 1947, presso il poligono alle Basse di Stura. Qui Giovanni D’Ignoti, Francesco La Barbera e Giovanni Puleo sono legati mani e piedi a sedie di legno ed uccisi da un plotone di esecuzione composto da agenti di pubblica sicurezza.

Per onore di cronaca va detto che questa è l’ultima condanna a morte in Italia, ma non l’ultima esecuzione. Il giorno successivo, il 5 marzo 1947, nei pressi della Spezia sono fucilati per collaborazionismo, sevizie e deportazione di migliaia di persone nei campi di sterminio tre ex membri della Guardia Nazionale Repubblicana del governo fascista: Aurelio Gallo, Emilio Battisti e Aldo Morelli. Nel loro caso il plotone dovette sparare una seconda volta: la prima raffica uccise solo Morelli, lasciando Battisti ferito a terra e Gallo illeso.

Nota. Nonostante la terribile tragedia Cascina Simonetto è ancora abitata.